giovedì 28 febbraio 2019

PROGRAMMAZIONI ALUNNI BES


PROGRAMMAZIONI  ALUNNI BES

Alunni con disabilità
   (obbligo di certificazione Legge 104/1992; sostegno; P.E.I: ob. minimi e differenziato)

Alunni con DSA
    (obbligo di diagnosi legge 170/2010; P.D.P obbligatorio)








Diagnosi Funzionale (DF)


È la descrizione analitica della compromissione funzionale dello stato psico-fisico dell’alunno in situazione di handicap, rilasciata a seguito di appositi accertamenti collegiali richiesti dalla famiglia (DPCM n. 185 del 23 febbraio 2006)




Profilo Dinamico Funzionale (PDF)
È un documento che descrive in modo analitico i possibili livelli di risposta dell’alunno riferiti alle relazioni in atto
e a quelle programmabili. Contiene:

La descrizione funzionale dell’alunno in relazione alle difficoltà che dimostra di incontrare

L’analisi dello sviluppo potenziale dell’alunno a breve e a medio termine, desunta dai parametri: cognitivo, affettivo-relazionale, comunicazionale, linguistico, sensoriale, motorio-prassico, neuro-psicologico, autonomia, apprendimento.


Piano Educativo Individualizzato (PEI)
È il documento nel quale vengono descritti gli interventi integrati ed equilibrati tra di loro, predisposti per l’alunno in situazione di handicap, in un determinato periodo di tempo, ai fini della realizzazione del diritto all’educazione e all’istruzione.



UNA SCUOLA E’ INCLUSIVA QUANDO…

UNA SCUOLA E’ INCLUSIVA QUANDO…


afferma valori inclusivi e li esplicita;
produce “politiche inclusive”: sviluppa una scuola per tutti;
organizza un sostegno coordinato alle diversità;
sviluppa pratiche inclusive scegliendo determinate metodologie piuttosto che altre;
mobilita tutte le risorse a favore di chi ne ha bisogno



La scuola per tutti e per ciascuno
PIANO ANNUALE INCLUSIONE
….documento da inserire nel PTOF
Elaborato dal GLI (ex GLH), coinvolgendo famiglie e altri operatori;
Approvato dal Collegio dei Docenti;
Attenta lettura del grado di inclusività della scuola;
Individuazione degli obiettivi di miglioramento: nell’insegnamento curricolare, nella gestione delle classi, nell’organizzazione dei tempi e degli spazi, nelle relazioni docenti-studenti-famiglie.

Strumento per accrescere la consapevolezza
della comunità educante
sulla centralità e sulla trasversalità dei processi inclusivi
in relazione alla qualità dei “risultati” educativi

BES: PASSI AVANTI VERSO UNA SCUOLA INCLUSIVA



BES: PASSI AVANTI VERSO UNA SCUOLA INCLUSIVA










L’inclusione scolastica, chiave del successo formativo per tutti.

Full inclusion
(Ianes D)



ALUNNI CON DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO

ALUNNI CON DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO





I D.S.A. (LEGGE 170/2010)



Dislessia: difficoltà di lettura, in particolare decifrazione dei segni linguistici, ovvero correttezza e rapidità di lettura.

Disgrafia: disturbo specifico di scrittura che si manifesta nella realizzazione grafica.



Disortografia: disturbo specifico di scrittura che si manifesta nei processi di transcodifica



Discalculia: disturbo specifico che si manifesta negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.

CHI SONO I B.E.S?

CHI SONO I B.E.S?  


 Alunni con disabilità
   (obbligo di certificazione Legge 104/1992; sostegno; P.E.I: ob. minimi e differenziato
Alunni con DSA
    (obbligo di diagnosi legge 170/2010; P.D.P obbligatorio)
Alunni con svantaggio socio-economico, linguistico, culturale
Alunni con altri disturbi evolutivi specifici



      



martedì 26 febbraio 2019

Dall'Integrazione all'Inclusione



Dall'Integrazione all'Inclusione






INTEGRAZIONE SCOLASTICA DI ALUNNI CON DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO


INTEGRAZIONE SCOLASTICA DI ALUNNI CON DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO

INTRODUZIONE
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Articolo 3 della Costituzione Italiana, comma 1°).  “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Articolo 3, comma 2°). L’integrazione degli alunni con handicap nelle scuole di ogni ordine e grado trova i suoi fondamenti nel dettato Costituzione Repubblicana del 1948. Sin dalla sua emanazione viene affermato che l’integrazione sociale, scolastica e lavorativa dei soggetti in situazione di handicap rappresenta una questione che richiede azioni sinergiche tra diverse responsabilità istituzionali. E’ necessario eliminare ogni discriminazione umana e sforzarsi di attuare tra gli uomini l’uguaglianza di fronte a tali diritti, condicio sine qua non della dignità di ciascun individuo e del libero sviluppo della loro personalità, sia come soggetti sani, sia come soggetti portatori di handicap.

 LA SCUOLA DALLA DISABILITA’ ALL’INCLUSIONE
La chiusura delle scuole speciali e delle classi differenziali stabilita dalla Legge 517/1977 sancisce la nascita in Italia all’integrazione scolastica degli allievi con o in situazione di handicap. Si è passati da un sistema escludente a un sistema integrante. Dalla relazione della Commissione Falducci del 1975 si evidenzia come il superamento di qualsiasi forma di emarginazione degli “handicappati” passa attraverso un nuovo modo di concepire e di attuare la scuola, così da poter veramente accogliere ogni bambino ed ogni adolescente per favorirne lo sviluppo personale. Molti sono stati i processi atti a garantire la piena partecipazione alla vita scolastica da parte di tutti i soggetti, fornendo a tutti, nessuno escluso, quindi al di là dei repertori di abilità posseduti in partenza, della presenza di deficit o difficoltà, dell’apprendimento in genere, socio culturale e religiosa, dell’origine etnica ecc, uguali opportunità di successo formativo  rimuovendo tutti quegli ostacoli che, se non identificati preventivamente dal sistema, potrebbero invece determinare discriminazione e quindi fallimento (Bocci, 2013). L’inclusione viene a configurarsi come una nuova visione paradigmatica della società, essa è una modalità esistenziale, un diritto base che nessuno deve guadagnarsi (Stainback et al., 1990) e altrettanto vero che tutti  nessuno escluso, hanno il diritto morale di essere educati e formati nella scuola di tutti. L’inclusione è pertanto il contesto ideale per realizzare questo obiettivo (Stainback et al., 1990).
La presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica ha fatto si che si venisse a creare un importante processo di sviluppo all’interno della nostra società in cui la “civilizzazione” è passata attraverso la civilizzazione della diversità in una civilizzazione educativa (Bonetta, 2007).
Il riferimento teorico più aggiornato e compiuto per l’integrazione scolastica dei minori portatori di handicap, anche se suscettibile di miglioramenti, rimane la “Legge Quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale ed i diritti delle persone handicappate” (L. 5 febbraio 1992 n° 104).
Lo spirito di legge è quello di riconoscere il portatore di handicap come persona, che ha quindi diritto non solo ad un inserimento nella società umana ma alla completa integrazione.
Da quando la scuola si accontentava di un’educazione differenziale al momento in cui (L. 517 del 1977) si incominciò a parlare di inserimento, il salto fu già grande. Il concetto di inserimento ha però ingenerato notevoli confusioni: sembrava bastasse “prendere” il portatore di handicap e inoltrarlo indiscriminatamente in una classe per ottenere magicamente il risvolto sperato. Ma quel risvolto era un’utopia. Con il semplice inserimento, con una didattica “in presenza” non si garantiva certo al portatore di handicap educazione e ancor meno apprendimento.
Il concetto di integrazione è in questo senso molto più evoluto. Non si tratta di inserire per far raggiungere una presunta normalità, ma di assicurare a tutti i ragazzi, cosiddetti normodotati e portatori di handicap, la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e la rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponga a tale sviluppo. Non si tratta cioè di far finta che il disabile non esista, si tratta di fondare una educazione e una didattica speciale  su ciò che c’è e non su ciò che manca. Nel quadro di questo nuovo modo di pensare al rapporto handicap/scuola, risulta interessante la frase di legge: “fermo restando.... l’obbligo per gli Enti Locali di fornire l’assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici o sensoriali” (L. 104/92 art. 13 comma 3) vada interpretata con il maggiore respiro possibile, intendendo cioè che l’assistenza non si riduce ad un mero supporto fisico, importante e non trascurabile là dove necessario, ma comprende anche un appoggio specifico per l’autonomia  cercando di “autonomizzare” il ragazzo, aiutandolo a vivere il più possibile in prima persona la propria vita e ad aiutarlo a sviluppare le proprie capacità di mettersi in relazione, utilizzando tutte le strategie che l’individuo può mettere in atto.

DIDATTICA SPECIALE E INTEGRAZIONE SCOLASTICA
Parlare di didattica speciale e di integrazione scolastica di allievi con disabilità, vuol dire quindi riflettere su:
  •  individuazione dei bisogni speciali delle persone e delle finalità da perseguire;
  • considerare il contesto integrato nel quale deve collocarsi l’intervento didattico e la prospettiva longitudinale del “progetto di vita”.


Parlare di contesto integrato vuol dire non solo individuare le potenzialità e i limiti degli allievi disabili, ma soprattutto favorire un lavoro congiunto fra insegnanti curriculari e di sostegno, avere flessibilità organizzativa, ricercare un coinvolgimento del gruppo classe. Parlare di progetto di vita vuol dire vedere l’integrazione scolastica all’interno di una programmazione esistenziale finalizzata alla promozione di una vita qualitativa in tutti gli ambienti sociali nei quali la persona si trova ad interagire ad ogni età.  Importante è comprendere che una didattica inclusiva va a beneficio di tutti e non solo di chi viene incluso.
Lo spazio di vita delle persone disabili al di là dell’istituzione scolastica, è alquanto lacunoso e circoscritto. Lavoro, tempo libero, socializzazione, affettività, costituiscono ambiti di vita sempre meno legati all’integrazione e sempre più vissuti come drammi personali.
È necessario che l’integrazione non resti solo appannaggio della scuola ma percorra tutte le sfere vitali e sociali, fino a diventare un processo culturale e mentale e non solo un intervento organizzativo preordinato. Tutto questo per realizzarsi ha bisogno di modelli applicativi da sviluppare in modo sincrono in ogni contesto, ad esempio a scuola, sviluppando relazioni adeguate fra compagni, in grado di estendersi anche ad altri contesti, sviluppando una didattica finalizzata anche all’autonomia sociale.
Nel tempo, per indicare un disaggio di diversa natura sono state utilizzate terminologie differenti: handicap, deficit, menomazioni, disabilità, diversabilità.
Il termine “deficit”, utilizzato da Cottini et al., (2008) in alcuni i lavori, indicava la lesione biologica irreversibile dalla quale possono scaturire delle situazioni di handicap nel momento in cui l’individuo si rapporta al contesto sociale. In questa prospettiva la situazione di handicap può essere attenuata attraverso opportune azioni di tipo educativo. In alcune situazioni, infatti, la persona può mantenere il deficit ma non presentare situazioni di handicap (ad esempio il paraplegico che lavora al computer).
Sicuramente tale concetto, come riferito dalla letteratura non va sottovalutato, ma i termini devono essere modificati soprattutto alla luce della pubblicazione della “Classificazione Internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute (ICF, organizzazione Mondiale della Sanità, 1999).
Si tratta di una classificazione che enfatizza il concetto di salute e non di menomazione, la potenzialità della persona e le sue eventuali disabilità in relazione all’attività e alla partecipazione. L’ICF richiede l’abbandono dei termini con una connotazione negativa come menomazione e handicap, a favore di altri che ne hanno una propositiva, come attività e partecipazione sociale.
Ponendo al centro le potenzialità della persona nel loro interagire con le condizioni ambientali, la disabilità viene definita come la conseguenza o il risultato di una complessa interazione tra la condizione di salute di un individuo, i fattori personale e quelli ambientali che rappresentano le circostanze in cui l’individuo vive. A causa di questa relazione, ambienti diversi possono avere un impatto molto differente su uno stesso individuo con una certa condizione di salute. Un ambiente con barriere, o senza facilitatori, limiterà le performance di un individuo, altri ambienti più facilitanti potranno invece favorirla.
Nella classificazione ICF, i concetti di salute e disabilità sono visti in un ottica multidimensionale. La salute è vista come discrepanza o meno tra le richieste dell’ambiente culturale, sociale e le prestazioni del singolo. La stessa cosa vale per la disabilità, la quale non è da considerare come problema di un gruppo minoritario all’interno della comunità, quanto piuttosto come una condizione che ognuno può sperimentare durante la propria vita. L’ICF è una classificazione che non riguarda un gruppo ma riguarda tutti, poiché tutti possono avere una condizione di salute che, in contesto ambientale sfavorevole, causa disabilità. L’ICF non classifica le persone ma gli stati di salute ad essi correlati.
La scuola si è orientata sempre più verso l’integrazione mano a mano che sono stati individuati programmi specifici che hanno dato maggiore significato alla presenza dell’allievo con bisogni educativi speciali nelle classi comuni. In questo contesto è importante la “programmazione personalizzata” in relazione alle esigenze dell’alunno, e quella di insegnamento individualizzato. Il problema attuale, è quello di fare acquisire alla scuola le caratteristiche dell’ambiente inclusivo nei confronti di tutte quelle forme di differenza.
Dietro la terminologia di “insegnamento individualizzato” si sono celati percorsi non sempre proficui per l’integrazione. In molti casi l’integrazione è stata sinonimo di separazione di lavoro individuale condotto dall’allievo con l’insegnante di sostegno in contesti differenti da quelli della classe. L’uscita sistematica dell’allievo disabile dalla propria aula durante le ore di sostegno, espone a probabili rischi, occorre, quindi, assicurare la massima individuazione e al processo educativo del ragazzo disabile, garantendo al contempo una effettiva inclusione nel gruppo classe.
La legge quadro 104/1992 e le successive disposizioni applicative dal titolo “Atto di indirizzo e coordinamento relativo ai compiti delle unità sanitarie locali in materia di alunni portatori di handicap”, hanno definito e regolamentato una specifica metodologia di lavoro di grande importanza per l’integrazione scolastica. Tre sono i momenti previsti:
·         La Diagnosi Funzionale: a seguito dell’individuazione del soggetto come persona con deficit (ad opera dello specialista dell’ASL), viene redatta la DF che fornisce una descrizione analitica delle difficoltà e delle potenzialità dell’allievo in una serie di aree di sviluppo.
·         Il profilo dinamico funzionale (PDF): dopo il primo periodo di inserimento scolastico, si individuano i prevedibili livelli di sviluppo che l’alunno può raggiungere a seguito di specifici interventi educativi.
·         Il piano educativo individualizzato (PEI): stabiliti i livelli di partenza dell’allievo e gli obiettivi da raggiungere, vengono progettati ed implementati gli interventi e le attività ritenute utili. Il PEI rappresenta la sintesi dei tre progetti, quello didattico, quello riabilitativo e quello di socializzazione.
La DF rappresenta l’atto di partenza nel processo di inserimento dell’allievo disabile nella scuola comune. Nella DF devono essere descritte le compromissioni derivanti dallo specifico deficit, nonché le potenzialità residue. Gli elementi da mettere in risalto sono:
  • Dati anamnestici, clinico-medici, familiari e sociali;
  • Dati dei livelli raggiunti nelle diverse aree generali di sviluppo (linguaggio, motricità, abilità cognitive, ecc..);
  • Dati sui livelli raggiunti dall’alunno rispetto agli obiettivi della programmazione della sua classe;
  • Dati sulle dinamiche psicologiche, affettive, emotive, relazionali e comportamentali.


In tale senso la DF assume un rilievo ben più ampio di quello che si è soliti attribuire, anche alla luce delle disposizioni normative che demandano esclusivamente all’unità multidisciplinare composta dal medico specialista in neuropsichiatria infantile, dal terapista della riabilitazione, dagli operatori sociali in servizio presso l’USL (D.P.R. 24 febbraio 1994). Il mancato coinvolgimento del personale educativo e della famiglia nella redazione della DF rappresenta un aspetto negativo che si ripercuote su tutto il processo di integrazione.
Il PDF dovrebbe indicare i prevedibili livelli di sviluppo (nel breve e medio periodo) che l’allievo in situazioni di disabilità può raggiungere a seguito degli specifici interventi educativi messi in atto dalla scuola. In termini più operativi, il PDF può essere definito come “insieme degli obiettivi didattici che si vogliono raggiungere”. In questa fase è necessario organizzate tutte le informazioni raccolte durante il processo di valutazione predittiva. Per facilitare la sintesi dei dati, è utile organizzarli in diverse dimensioni:
·         Le abilità residue e quelle potenziali possedute dall’allievo in situazioni di disabilità che possono costituire il punto di partenza della programmazione educativa.
·         Le difficoltà nei vari ambiti della DF, arricchita dal contributo del personale tecnico e della famiglia.
·         Le relazioni reciproche tra queste due dimensioni. Ad esempio, l’incapacità a controllare l’ansia potrebbe influire significativamente sulle prestazioni mnemoniche, che tuttavia possono non essere deficitarie in se stesse. L’analisi di questa interazione dà indicazioni sul percorso educativo da seguire.
·         Armonia tra le varie aree di abilità (cognitiva, sociale, interpersonale, comunicativa, motoria, ecc..).

DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO (DSA)
I Disturbi Specifici di Apprendimento rappresentano, insieme ad altre disabilità definite “di frontiera”, nuovi temi che hanno impegnato le istituzioni scolastiche nel definire strategie e metodologie adeguate per garantire anche a tali alunni il successo formativo. L’opinione pubblica ha ben presto colto la complessità della questione e il rischio che una importante quantità di alunni venisse esclusa da un regolare percorso di istruzione e che patisse, nella scuola, esperienze di frustrazione che poi sarebbero rimaste come ferite indelebili sul fronte della sicurezza di Sé e delle opportunità di vita.
Impossibilità di qualificare i D.S.A. come handicap e quindi di poter fare riferimento ai principi e agli strumenti della legge 104, difficoltà di avere diagnosi fondate su protocolli definiti nonché una buona dose di scetticismo piuttosto diffuso hanno impedito di affrontare la questione con decisione e metodo strutturato.
A colmare tale lacuna ha comunque provveduto la legge 8 ottobre 2010, n. 170, entrata in vigore il 2 novembre 2010, che detta norme generali sulla materia e reca disposizioni «in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico». Si tratta di una legge «leggera» come si addice alle leggi quadro che debbono trovare sviluppi applicativi contestualizzati nei diversi ambiti regionali e perseguire linee generali in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni. Impropriamente tale legge viene qualificata come legge nazionale sulla dislessia, termine riduttivo in quanto i disturbi specifici di apprendimento si palesano in una pluralità di forme che possono coesistere o presentarsi separatamente.
La Dislessia Evolutiva (DE) viene ufficialmente definita come una disabilità specifica dell’apprendimento di origine neurobiologica (Lyon et al., 2003) e su questa definizione esiste un ampio consenso tra gli studiosi a livello internazionale (APA, 1994; OMS, 1992; Lyon et al., 2003), e recentemente anche italiano (Consensus Conference, 2007). Anche se la ricerca sulle basi neurobiologiche non ha trovato una causa univoca (probabilmente perché non esiste una causa univoca), vi è un accordo sulla prevalente origine genetico costituzionale che determina piccole ma significative anomalie nelle sedi cerebrali coinvolte nell’organizzazione delle funzioni linguistico-cognitive della lettura. La disabilità specifica di apprendimento che determina il disturbo di lettura nella maggior parte dei casi interessa anche la scrittura, e il calcolo. Non sono chiari i meccanismi comuni sottostanti, tuttavia tutti i dati epidemiologici segnalano un’alta comorbidità, cioè un’alta frequenza di compresenza dei disturbi.
Nel caso della scrittura, la disabilità specifica di apprendimento può ostacolare la corretta applicazione delle regole di trascrizione dei suoni o di  separazione fra le parole e viene detta disortografia, intendendo appunto con questo termine un disturbo nel mapping ortografico. Le difficoltà possono anche riguardare la parte esecutiva del processo di scrittura, e non necessariamente l’applicazione delle regole ortografiche, determinando l’impossibilità, per il lettore non informato, di riuscire a decifrare in modo certo lettere e parole. In questo caso si parla di disgrafia. Nell’ambito numerico invece la discalculia può interessare sia la letto-scrittura del numero, sia la realizzazione dei calcoli a mente o degli algoritmi del calcolo scritto. La difficoltà di lettura è detta dislessia. Questo insieme di disturbi viene riunito sotto la definizione Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) e viene considerato una categoria clinica omogenea in considerazione del fatto che, nonostante le eventuali differenze neurocognitive che sottendono a ciascun disturbo, tutti producono effetti significativi e duraturi nel campo dello sviluppo scolastico e, a volte, nella vita sociale e lavorativa. I Disturbi Specifici di Apprendimento tendono a persistere nell’arco della vita e a costituire un fattore potenziale di vulnerabilità. Per questo motivo si riconosce la necessità di una gamma di aiuti protratti nel Tempo
 La dislessia
Da un punto di vista clinico, la dislessia si manifesta attraverso una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta rispetto a quanto atteso per età anagrafica, classe frequentata, istruzione ricevuta. Risultano più o meno deficitarie - a seconda del profilo del disturbo in base all’età - la lettura di lettere, di parole e non-parole, di brani. In generale, l’aspetto evolutivo della dislessia può farlo somigliare a un semplice rallentamento del regolare processo di sviluppo. Tale considerazione è utile per l’individuazione di eventuali segnali anticipatori, fin dalla scuola dell’infanzia.
La disgrafia e la disortografia
Il disturbo specifico di scrittura si definisce disgrafia o disortografia, a seconda che interessi rispettivamente la grafia o l’ortografia. La disgrafia fa riferimento al controllo degli aspetti grafici, formali, della scrittura manuale, ed è collegata al momento motorio-esecutivo della prestazione; la disortografia riguarda invece l’utilizzo, in fase di scrittura, del codice linguistico in quanto tale.
La disgrafia si manifesta in una minore fluenza e qualità dell’aspetto grafico della scrittura, la disortografia è all’origine di una minore correttezza del testo scritto; entrambi, naturalmente, sono in rapporto all’età anagrafica dell’alunno.
In particolare, la disortografia si può definire come un disordine di codifica del testo scritto, che viene fatto risalire ad un deficit di funzionamento delle componenti centrali del processo di scrittura, responsabili della transcodifica del linguaggio orale nel linguaggio scritto.

 La discalculia
La discalculia riguarda l’abilità di calcolo, sia nella componente dell’organizzazione della cognizione numerica (intelligenza numerica basale), sia in quella delle procedure esecutive e del calcolo. Nel primo ambito, la discalculia interviene sugli elementi basali dell’abilità numerica: il subitizing (o riconoscimento immediato di piccole quantità), i meccanismi di quantificazione, la seriazione, la comparazione, le strategie di composizione e scomposizione di quantità, le strategie di calcolo a mente. Nell’ambito procedurale, invece, la discalculia rende difficoltose le procedure esecutive per lo più implicate nel calcolo scritto: la lettura e scrittura dei numeri, l’incolonnamento, il recupero dei fatti numerici e gli algoritmi del calcolo scritto vero e proprio.
I Disturbi Specifici di Apprendimento hanno una componente evolutiva che comporta la loro manifestazione come ritardo e/o atipia del processo di sviluppo, definito sulla base dell’età anagrafica e della media degli alunni presenti nella classe.
Alcune ricerche hanno evidenziato che ai DSA si accompagnano stili di apprendimento e altre caratteristiche cognitive specifiche, che è importante riconoscere per la predisposizione di una didattica personalizzata efficace. Ciò assegna alla capacità di osservazione degli insegnanti un ruolo fondamentale, non solo nei primi segmenti dell’istruzione - scuola dell’infanzia e scuola primaria - per il riconoscimento di un potenziale disturbo specifico dell’apprendimento, ma anche in tutto il percorso scolastico, per individuare quelle caratteristiche cognitive su cui puntare per il raggiungimento del successo formativo. Per individuare un alunno con un potenziale Disturbo Specifico di Apprendimento, non necessariamente si deve ricorrere a strumenti appositi, ma può bastare, almeno in una prima fase, far riferimento all’osservazione delle prestazioni nei vari ambiti di apprendimento interessati dal disturbo: lettura, scrittura, calcolo. Ad esempio, per ciò che riguarda la scrittura, è possibile osservare la presenza di errori ricorrenti, che possono apparire comuni ed essere frequenti in una fase di apprendimento o in una classe precedente, ma che si presentano a lungo ed in modo non occasionale. Nei ragazzi più grandi è possibile notare l’estrema difficoltà a controllare le regole ortografiche o la punteggiatura.
Per quanto concerne la lettura, possono essere indicativi il permanere di una lettura sillabica ben oltre la metà della prima classe primaria; la tendenza a leggere la stessa parola in modi diversi nel medesimo brano; il perdere frequentemente il segno o la riga.
Quando un docente osserva tali caratteristiche nelle prestazioni scolastiche di un alunno, predispone specifiche attività di recupero e potenziamento. Se, anche a seguito di tali interventi, l’atipia permane, sarà necessario comunicare alla famiglia quanto riscontrato, consigliandola di ricorrere ad uno specialista per accertare la presenza o meno di un disturbo specifico di apprendimento.
È bene precisare che le ricerche in tale ambito rilevano che circa il 20% degli alunni (soprattutto nel primo biennio della scuola primaria), manifestano difficoltà nelle abilità di base coinvolte dai Disturbi Specifici di Apprendimento. Di questo 20%, tuttavia, solo il tre o quattro per cento presenteranno un DSA. Ciò vuol dire che una prestazione atipica solo in alcuni casi implica un disturbo. Gli individui apprendono in maniera diversa uno dall’altro secondo le modalità e le strategie con cui ciascuno elabora le informazioni. Un insegnamento che tenga conto dello stile di apprendimento dello studente facilita il raggiungimento degli obiettivi educativi e didattici. Ciò è significativo per l’argomento in questione, in quanto se la costruzione dell’attività didattica, sulla base di un determinato stile di apprendimento, favorisce in generale tutti gli alunni, nel caso invece di un alunno con DSA, fare riferimento nella prassi formativa agli stili di apprendimento e alle diverse strategie che lo caratterizzano, diventa un elemento essenziale e dirimente per la sua inclusione e il suo successo scolastico.

  LA DIDATTICA INDIVIDUALIZZATA E PERSONALIZZATA.
La Legge 170/2010 inerente le “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” e la successiva circolare ministeriale sugli “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” (27 dicembre 2012) indicano la strada che il sistema formativo nazionale deve perseguire per realizzare una scuola inclusiva. Tali norme sono la naturale conseguenza di studi e osservazioni eseguiti da esperti del settore educativo che hanno dato vita al lungo processo che oggi denotiamo con il termine “integrazione” e “inclusione” scolastica e sociale come Maria Montessori, Antonio Provolo e Giulio Tarra ( per l’educazione dei sordi), di Luigi Vitali e Augusto Romagnoli (per l’educazione dei ciechi), nonché Tamburini, Sergi, Pizzoli, Montesano e tanti altri che hanno lasciato una traccia indelebile nella costituzione della Pedagogia speciale contemporanea.
La succitata legge 170 del 2010 dispone che le istituzioni scolastiche garantiscano «l’uso di una didattica individualizzata e personalizzata, con forme efficaci e flessibili di lavoro scolastico che tengano conto anche di caratteristiche peculiari del soggetto, quali il bilinguismo, adottando una metodologia e una strategia educativa adeguate».
E’ opportuno osservare che la Legge 170/2010 insiste più volte sul tema della didattica individualizzata e personalizzata come strumento di garanzia del diritto allo studio, con ciò lasciando intendere la centralità delle metodologie didattiche, e non solo degli strumenti compensativi e delle misure dispensative, per il raggiungimento del successo formativo degli alunni con DSA.
“Individualizzato” è l’intervento calibrato sul singolo, anziché sull’intera classe o sul piccolo gruppo, che diviene “personalizzato” quando è rivolto ad un particolare discente.
Più in generale - contestualizzandola nella situazione didattica dell’insegnamento in classe - l’azione formativa individualizzata pone obiettivi comuni per tutti i componenti del gruppo-classe, ma è concepita adattando le metodologie in funzione delle caratteristiche individuali dei discenti, con l’obiettivo di assicurare a tutti il conseguimento delle competenze fondamentali del curricolo, comportando quindi attenzione alle differenze individuali in rapporto ad una pluralità di dimensioni.
L’azione formativa personalizzata ha, in più, l’obiettivo di dare a ciascun alunno l’opportunità di sviluppare al meglio le proprie potenzialità e, quindi, può porsi obiettivi diversi per ciascun discente, essendo strettamente legata a quella specifica ed unica persona dello studente a cui ci rivolgiamo. Si possono quindi proporre le seguenti definizioni.
La didattica individualizzata consiste nelle attività di recupero individuale che può svolgere l’alunno per potenziare determinate abilità o per acquisire specifiche competenze, anche nell’ambito delle strategie compensative e del metodo di studio; tali attività individualizzate possono essere realizzate nelle fasi di lavoro individuale in classe o in momenti ad esse dedicati, secondo tutte le forme di flessibilità del lavoro scolastico consentite dalla normativa vigente.
La didattica personalizzata, invece, anche sulla base di quanto indicato nella Legge 53/2003 e nel Decreto legislativo 59/2004, calibra l’offerta didattica, e le modalità relazionali, sulla specificità ed unicità a livello personale dei bisogni educativi che caratterizzano gli alunni della classe, considerando le differenze individuali soprattutto sotto il profilo qualitativo; si può favorire, così, l’accrescimento dei punti di forza di ciascun alunno, lo sviluppo consapevole delle sue ‘preferenze’ e del suo talento. Nel rispetto degli obiettivi generali e specifici di apprendimento, la didattica personalizzata si sostanzia attraverso l’impiego di una varietà di metodologie e strategie didattiche, tali da promuovere le potenzialità e il successo formativo in ogni alunno: l’uso dei mediatori didattici (schemi, mappe concettuali, etc.), l’attenzione agli stili di apprendimento, la calibrazione degli interventi sulla base dei livelli raggiunti, nell’ottica di promuovere un apprendimento significativo. La sinergia fra didattica individualizzata e personalizzata determina dunque, per l’alunno e lo studente con DSA, le condizioni più favorevoli per il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento.

  STRATEGIE METODOLOGICHE E DIDATTICHE
Per strategie metodologiche si intendono l’impiego di forme didattiche che facilitino l’apprendimento e semplifichino il compito ad esempio della lettura senza per altro ridurre sostanzialmente la complessità degli obiettivi e delle conoscenze richieste. È il caso per esempio delle mappe concettuali, delle immagini, degli schemi e di altri mediatori didattici (Damiano, 2007). Sulla base anche delle informazioni diagnostiche sarà quindi necessario che il Piano Didattico Personalizzato riporti per le singole materie la necessità dell’impiego di mappe concettuali e altri mediatori. Quest’ultimi, come riportato da studi condotti da Damiano (2007)  possono divedersi in attivi, iconici, analogici e simbolici. Il processo di mentalizzazione procede dal primo verso l’ultimo della serie, coinvolgendo in primo luogo l’esperienza diretta della realtà, poi tale processo consente la configurazione di immagini e schemi (mediatori iconici), in seguito si realizza nei giochi di simulazione fino alla mentalizzazione piena dei concetti e delle teorie. I mediatori rappresentano il passaggio intermedio nel processo di mentalizzazione fra la realtà e la rappresentazione simbolica di concetti e teorie, di cui la letto-scrittura è un momento determinante. La facilitazione offerta dai mediatori si colloca proprio nella loro posizione intermedia nel citato processo di mentalizzazione o di naturalizzazione. A questo riguardo possono risultare utili le nuovo tecnologie, non solo perché consentono di realizzare mappe concettuali agevolmente, ma soprattutto perché le mappe concettuali diventano così facilmente archiviabili e utilizzabili per altri alunni. Nell’ottica di un sapere dell’organizzazione e della non dispersione delle energie impiegate per la realizzazione di appositi strumenti didattici, l’archiviazione e la documentazione risultano essenziali. Esistono inoltre archivi di mappe on line dove sono depositati tali documenti riguardanti moltissimi contenuti per ogni ordine e grado di scuola (G. Simoneschi, 2010).
Fra le strategie in questione rientra anche l’impiego dei tempi a disposizione per lo svolgimento dei compiti assegnati. I criteri per definire i tempi di elaborazione delle prove dovranno essere individuati per materia, sulla base delle indicazioni diagnostiche, dell’esperienza diretta e della ridefinizione periodica del Piano Didattico Personalizzato. Alternativamente, è possibile ridurre gli obiettivi di apprendimento richiesti in ogni prova. Va da sé che le prove svolte secondo quanto individuato nel Piano in questione hanno piena validità ai fini delle valutazione di fine anno scolastico. In questo stesso ambito rientra la definizione di criteri per la eventuale riduzione dei compiti da assegnare a casa.
 La modalità per individuare quali strategie utilizzare  si possono desumere dalla procedura di facilitazione e semplificazione proposte dai lavori di Ianes (Ianes, 2005).
La Legge 170/2010 richiama inoltre le istituzioni scolastiche all’obbligo di garantire «l’introduzione di strumenti compensativi, compresi i mezzi di apprendimento alternativi e le tecnologie informatiche, nonché misure dispensative da alcune prestazioni non essenziali ai fini della qualità dei concetti da apprendere».
Gli strumenti compensativi sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria.
Fra i più noti indichiamo:
  • la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;
  •  il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
  • i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
  •  la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
  •  altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.



Tali strumenti sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo. L’utilizzo di tali strumenti non è immediato e i docenti - anche sulla base delle indicazioni del referente di istituto - avranno cura di sostenerne l’uso da parte di alunni e studenti con DSA.
Le misure dispensative sono interventi che consentono all’alunno o allo studente di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento. Sono forme di tutela per gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento. Esse infatti dispensano dallo svolgere alcune prestazioni davanti ai compagni di classe, le cui difficoltà costringono gli alunni con DSA a esperienze umilianti, come più volte testimoniato (Libro bianco, 2008), evitandogli di vivere la scuola come il luogo in cui è costantemente sottoposto a prestazioni che ne mettono in luce le difficoltà. Le misure dispensative consentono di costruire un clima per gli alunni in questione più sereno e sicuro, nel quale possa avvenire un apprendimento più efficace. Consentire all’alunno o allo studente con DSA di usufruire di maggior tempo per lo svolgimento di una prova, o di poter svolgere la stessa su un contenuto comunque disciplinarmente significativo ma ridotto, trova la sua ragion d’essere nel fatto che il disturbo li impegna per più tempo dei propri compagni nella fase di decodifica degli items della prova. A questo riguardo, gli studi disponibili in materia consigliano di stimare, tenendo conto degli indici di prestazione dell’allievo, in che misura la specifica difficoltà lo penalizzi di fronte ai compagni e di calibrare di conseguenza un tempo aggiuntivo o la riduzione del materiale di lavoro. In assenza di indici più precisi, una quota del 30% in più appare un ragionevole tempo aggiuntivo. L’adozione delle misure dispensative, al fine di non creare percorsi immotivatamente facilitati, che non mirano al successo formativo degli alunni e degli studenti con DSA, dovrà essere sempre valutata sulla base dell’effettiva incidenza del disturbo sulle prestazioni richieste, in modo tale, comunque, da non differenziare, in ordine agli obiettivi, il percorso di apprendimento dell’alunno o dello studente in questione.

METODOLOGIE DI VERIFICA E DI VALUTAZIONE
Le modalità di valutazione devono essere coerenti con il processo di istruzione pianificato per gli alunni con DSA e formalizzato nel Piano Didattico Personalizzato. In sede di valutazione, infatti, l’alunno con Disturbo Specifico di Apprendimento potrà utilizzare le strategie didattiche, gli strumenti compensativi e dispensativi che utilizza nel corso dell’anno. Inoltre, deve essere messo in condizione di svolgere prove in cui la prestazione evidenzi il grado di apprendimento senza che questo sia ostacolato dalle difficoltà derivanti dal disturbo.
In questo senso, per esempio, si deve ritenere possibile utilizzare solo forme orali o scritte di interrogazione. In alcuni casi al risultato dello scritto, segue una compensazione con l’orale. In seconda battuta, risulta opportuno scindere la prestazione nei suoi momenti costitutivi – per esempio la conoscenza del contenuto dalla ricchezza del lessico – al fine di valutare ciò che non è compromesso dal disturbo e di utilizzare le prestazioni coinvolte dai DSA come valutazione formativa, utile per ridefinire gli interventi didattici.

CONCLUSIONE
L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, qualunque essa sia, ha rappresentato negli ultimi decenni una forma di innovazione che ha attraversato tutti gli ordini e gradi di scuola e che pone al centro della stessa l’alunno come assoluto protagonista. La buona integrazione è quella che permette di capire che non stiamo vivendo in presenza di una diversità come un incidente ma come una realtà. L’integrazione diventa una impostazione strutturale e nella realtà scolastica vorrebbe dire non considerare più gli allievi portatori di handicap, come allievi inseriti in una rubrica particolare, ma allievi al pari di quelli normodotati.
Dietro alla “coraggiosa” scelta della scuola italiana di aprire le classi normali affinché diventassero effettivamente e per tutti “comuni”, c’è una concezione alta tanto dell’istruzione quanto della persona umana, che trova nell’educazione il momento prioritario del proprio sviluppo e della propria maturazione. Crescere è tuttavia un processo individuale che affonda le sue radici nei rapporti con gli altri, non si può parlare di sviluppo del potenziale umano o di centralità della persona considerandola avulsa da un sistema di relazioni la cui qualità e la cui ricchezza è il patrimonio fondamentale della crescita di ognuno. La scuola ha il ruolo di essere una comunità educante che accoglie ogni alunno costruendo condizioni relazionali e situazioni pedagogiche tali da consentirne il massimo sviluppo, favorendo l’acquisizione di conoscenze, competenze, abilità, autonomia, in funzione delle capacità individuali, attraverso interventi specifici attuati sullo sfondo costante e imprescindibile dell’istruzione e della socializzazione.


BIBLIOGRAFIA

AA.VV., 2008. Libro bianco, Dislessia e diritti negati. Testimonianze di genitori e figli, Libri Liberi.
Bonetta G., 2007. Dall’integrazione all’inclusione: il modello italiano (1907-2007). Pedagogia oggi n. 3/2007.
Commissione Falducci, 1975. Relazione conclusiva concernente i problemi scolastici degli alunni handicappati.
Cornoldi C., 2007. L’intelligenza, Il Mulino.
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Dwek C.S., 2000. Teorie del Sé, Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo,  ed. Erickson.
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Ianes D., 2005. Didattica speciale per l’integrazione, ed Erickson.
Schore A.N., 2003. La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé, Astrolabio.
Simoneschi G., 2009. Tecnologie educative per integrazione. Le Monnier.
Simoneschi G., 2010. La dislessia e i disturbi specifici di apprendimento Teoria e prassi in una prospettiva inclusiva. Le Monnier.
Stainback, W., & Stainback, S., 1990. Support networks for inclusive schooling: Interdependent integrated education. Baltimore: Paul H. Brookes Publishing Co.